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Le pagine di Paolo  
7 0i. Nota 1018
6 0. Stagioni 1194
5 1. Primavera 975
4 2. Estate 920
3 3. Autunno 897
2 5. Notizia 1003
1 4. Inverno 986
Letture totali Paolo: 6992
Istogramma delle letture
7: 0i. Nota

Lo haiku è una forma poetica tipica della tradizione giapponese. Si sviluppò a partire dal XVII secolo, grazie all’opera di Bashō e, in seguito, acquistò fama sempre maggiore attraverso altri grandi artisti quali Yosa Buson e Kobayashi Issa. È costruito su molte regole, che sono venute accumulandosi nel tempo, alcune delle quali in contrasto con altre: ciò sta a significare che gli haijin, i maestri di questo genere, le hanno reinventate di volta in volta a seconda del proprio pensiero creativo.
In ogni caso, alcuni caratteri sembrano fondamentali. In primo luogo, lo haiku è una poesia composta da un verso di 17 sillabe, che in genere sono ordinate in tre misure di 5, 7 e 5. Rifugge dalle rime, mentre apprezza le assonanze, le allitterazioni, le ripetizioni. La sua ispirazione prende spunto dalla natura e dalla realtà quotidiana. Infatti, nelle antiche antologie, questi componimenti erano ordinati in base alle stagioni, a partire da una parola chiave, o kigo: per esempio hana, il fiore per antonomasia, cioè il fior di ciliegio, è kigo della primavera, mentre hototogisu, il cuculo, dell’estate.
A caratterizzare lo haiku vi è ancora lo shōryaku, una sorta di mutamento improvviso della direzione del discorso o nella tessitura delle immagini, un silenzio ellittico, un’“omissione”, che divide in due il verso. Tale divisione può essere prodotta anche attraverso l’effetto di pausa del kireji, “il termine che taglia”, una parola (per esempio: ya) che viene usata più per il suo valore sonoro che per il suo significato e che, essendo intraducibile, viene di solito rappresentata nelle traduzioni con un trattino lungo. Non va dimenticato ancora quell’aspetto che è stato definito da Kyōrai “il colore del verso”, vale a dire il tono, l’atmosfera complessiva della composizione, la quale deve tendere a dei registri dell’animo o del sentimento che sono stati a suo tempo codificati. Un componimento, per esempio, può tendere al wabi, cioè a suscitare l’emozione capace di svelarci l’intima bellezza delle cose semplici.
Infine, il valore della poesia riposa anche sulla sua eleganza calligrafica e, magari, sull’accenno ad una figura, quando il poeta è anche pittore. Ecco perché, su tutto un altro registro, ho voluto accompagnare i testi con delle linoleografie, che sono essenzialmente dei lavori che privilegiano il segno.
Fin qui, alcuni aspetti tecnici. Ma, come si sa, le regole tecniche non assicurano nulla della riuscita di un’opera d’arte. Bashō usava dire ai suoi discepoli: “Chi, nella sua vita, crea dai tre ai cinque haiku è un poeta; chi ne crea dieci è un maestro”. Tutto questo spiega non solo come sia difficile creare una poesia vera, ma indirettamente anche come essa sia al di là delle regole. Queste ultime, tuttavia, possono servire a identificarla. Oggi, infatti, haiku è spesso sinonimo di “breve poesia in verso libero”. Proprio per evitare questo equivoco e perché credo che le regole vadano superate (e non cancellate in partenza), ho tentato dei componimenti in due quinari e un settenario, secondo le regole della metrica italiana. Ho cercato inoltre di assumere il maggior numero delle caratteristiche dell’haiku classico anche se, col tempo ne ho abbandonate alcune (per esempio il kireji), che ho sostituito per lo più con la pausa del punto, perché alla fine l’effetto che ottenevo usando dei semplici intercalari non mi convinceva. In ogni caso, se le regole non assicurano la riuscita dell’opera, esse possono costituire quell’ornamento che la rende godibile: allo stesso modo una collana non rende elegante la linea di un collo femminile, semmai può moltiplicarne la grazia.
Il termine haiku significa, alla lettera, “poesia del viandante”. Già questo mi ha attratto verso questa poesia. Quando poi ho potuto costatare che molti componimenti dei grandi maestri giapponesi sono stupefacenti anche in una traduzione che, necessariamente, non può essere che un’eco sbiadita dell’originale, non ho resistito all’idea di misurarmi con questa forma poetica.


P. F.
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