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| Il cielo di Padova |
Ermanno e Franco erano al solito bar in Prato della Valle. Ermanno si accorse quasi subito del Commissario Mario Carati, seduto a un tavolino in disparte a bere un caffè. Era difficile non notarlo: anche nel tempo libero, Carati aveva un portamento impeccabile e l'aria di chi analizza l'ambiente circostante.
— Guarda c'è il commissario incaricato dell'inchiesta — sussurrò Franco a Ermanno — vieni, te lo presento.
Franco, spinto dalla curiosità, si schiarì la gola e si avvicinò al tavolo di Carati.
— Commissario Carati? Si ricorda di me? Sono Franco Newman. Ci siamo incontrati per il caso Delmonte.
Carati si alzò subito, porgendo la mano. Il suo gesto era cortese, ma non espansivo.
— Sì la ricordo. E il suo amico?
— Ermanno Socrates Balivo — disse Ermanno porgendo la mano.
— Mario Carati — disse il commissario stringendola — ma prego, sedetevi, non sono in veste ufficiale.
I due si accomodarono. La conversazione scivolò presto dal caso alla città. Parlarono delle tradizioni di Padova, delle trasformazioni urbanistiche e di come gli eventi sociopolitici del mondo stessero inevitabilmente modificando anche l'angolo più tranquillo del Prato.
— La città cambia, — commentò Carati, con la sua consueta compostezza. — Ma l'ordine urbano, per quanto stressato dagli eventi, tende sempre a ristabilirsi. La natura umana è prevedibile.
Franco scosse la testa.
— La natura cambia anche a causa nostra, Commissario. O almeno, la nostra percezione di essa.
— In che senso? — chiese Carati.
— L'inquinamento luminoso. Ormai è ovunque. Io ed Ermanno abbiamo un telescopio amatoriale e cerchiamo di fotografare il cielo. Ma da qui, da Padova, si vede molto poco. È come se il mondo avesse tirato una coperta di luce artificiale sul mistero.
Ermanno annuì con fervore e con un po' di ironia.
— È frustrante! Siamo costretti a cercare dei buchi tra i lampioni.
Franco tirò fuori il cellulare e aprì la galleria.
— Guardi. Queste sono le foto che abbiamo fatto. Questa, ad esempio.
Mentre Franco mostrava le immagini delle sue modeste ma appassionate riprese amatoriali, si soffermò su una foto particolarmente ricca di colore.
— Questa è la nostra migliore. La Nebulosa di Orione.
L’abbiamo catturata da casa di Ermanno, ma abbiamo dovuto saturare i colori per farla emergere attraverso il bagliore. Noterà come il cielo abbia un colore rossastro dove invece dovrebbe essere blu notte.
Carati studiò l'immagine. I suoi occhi, abituati a cogliere dettagli forensi, si soffermarono sul contrasto tra il fuoco cosmico e la grana imperfetta della foto.
— È... notevole. Un caos così ordinato.
— Esatto, — disse Ermanno. — Un ordine che non ha nulla a che fare con le nostre cartografie stradali.
Carati mise giù la tazza. Un'idea si era formata nella sua mente, un gesto che, per quanto logico, era insolitamente generoso.
— Voi, signori, avete talento e passione. È un peccato che dobbiate lottare contro la luce di Padova. La mia compagna, Lucia, lavora all'Osservatorio di Asiago. Hanno dei telescopi professionali, non certo i giocattoli che usate voi, e il cielo è infinitamente meno inquinato che qui.
Si rivolse a Franco con un piccolo sorriso.
— Mi piacerebbe ricambiare la vostra sincerità. Perché non venite ad Asiago? Vi accompagno io, un weekend. Potete vedere le stesse cose che avete visto qui, ma con una chiarezza... senza compromessi.
Franco ed Ermanno si guardarono, sorpresi. L'uomo dell'Ordine stava parlando con inaspettata cordialità.
— Sarebbe un onore, Commissario — disse Franco.
— Ottimo. Organizzerò il weekend con Lucia. E magari — aggiunse Carati, con un accenno di malinconia — vi faremo vedere un cielo come era mezzo secolo fa, prima che il nostro progresso lo rovinasse. Non è perfetto, ma è un miglioramento. |
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