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L'invito di Eva


Un paio di giorni dopo i due amici si trovano al solito bar. Franco è curioso di sapere cosa è successo il giorno prima:

— Allora è andato tutto bene?

— Tutto bene cosa?

— Su, non fare il misterioso, dimmi com'è andato l'incontro.

— Quale incontro?

— L'altro ieri, dopo il funerale, mi hai lasciato intendere che avresti incontrato Eva.

— Lasciato intendere? Sei tu che hai voluto pensarlo, io non ti ho detto niente.

— Va bene, d'accordo, come vuoi tu, ma dimmi com'è andata.

— Il notaio era un tipo spiccio, leggeva ad una velocità impressionante, io l'ho fermato un paio di volte, poi l'ho lasciato correre, tanto conoscevo perfettamente i termini del contratto.

— Eheee? Che stai dicendo?

— Non volevi sapere com'è andata?

— Sì, ma parlavo di Eva...

— Eva chi?

— Dai, sii serio, hai incontrato Eva o no?

— No, sono stato da un notaio per un vecchio affare.

— Ma Eva...?

— Eva arriverà a momenti.

— Ahaa, lo vedi che l'hai incontrata!

— No, veramente le ho telefonato e ci siamo dati appuntamento qui.

— E allora perché fai il misterioso?

— Misterioso? No, sei tu che fai illazioni sbagliate.

— Ok, d'accordo, devo aspettare che ti decidi a raccontare... ma quando scriverò il libro farò anch'io così. Ti lascerò in sospeso per pagine e pagine.

— Il libro? Quale libro?

— Il libro delle nostre... delle tue avventure.

— Chi ti ha detto che Eva sia un'avventura?

— Ah, allora è più grave di quanto pensassi!

— Mi sa che tu stai già scrivendo un libro. Stai facendo un romanzo di una cosa che non è neppure cominciata.

— Beh, questa è già una notizia... però da certi sintomi... ho l'impressione che Eva ti stia...

— Buongiorno, mi sbaglio o si parlava di me?

— Oh, ciao Eva, non ti sbagli per niente, Franco mi sta facendo il terzo grado.

— Ciao Eva... terzo grado... spero di non essere stato indiscreto... è che Ermanno si diverte a stimolare la mia curiosità...

— Non c'è niente di misterioso, ma le cose devono andare secondo il loro ritmo, è come con la musica...

— Brava Eva, fagli capire tu...

— Ehm, credo che mi devo scusare con... entrambi... ma nessuno mi può togliere dalla testa che Erm ci abbia messo del suo per mettermi in questa situazione.

— Non c'è niente di cui scusarsi. Facciamo una cosa, perché non venite sabato a cena da me? Tu, Franco, potrai vedere come stanno le cose senza dover lavorare di fantasia, e tu, Ermanno, ... vieni vero?

— Non mi perderei una cena da te neppure se dovessi... sopportare un altro terzo grado di Franco.

— Ecco lo vedi? Va be' lasciamo stare...

Franco è interrotto dal cameriere che porta un cocktail per Eva, il suo cocktail preferito. Eva guarda Ermanno, ma lui sembra stupito più di lei, allora entrambi guardano Franco.

Franco guarda il "Prato" e fischietta, stonato, un irriconoscibile motivo.

Ermanno interrompe l'esibizione:

— Che fai Franco? Stai misurando le ombre? — poi, rivolto ad Eva, — Lo sai Eva che in Veneto "ombra" significa bicchiere di vino?

— Sì, l'ho sentito dire, ma non so da dove derivi questa consuetudine.

Franco interviene:

— Forse dalla tendenza di noi Veneti di minimizzare le cose, un'ombra significa anche un "niente", una cosa inconsistente.

— È per questo che un Veneto non è mai convinto di essere ubriaco, "in fondo ha bevuto soltanto qualche ombretta" — continua Ermanno.

— Ma, non sei Veneto anche tu? — chiede Eva.

— Sì, ma lui è un Veneto anomalo... si è mai sentito di un Veneto che odia il vino?

— Certo, il nostro amico Memo. — Ermanno, che sull'argomento è sempre un po' a disagio, ha trovato in Memo un sicuro alleato, e all'occasione non manca mai di tirarlo in ballo.

— Già, Memo è proprio come te... — riconosce Franco — ... sul vino intendo, per il resto siete molto diversi.

Intanto si è fatto tardi. Eva si alza, seguita subito da Ermanno e anche Franco, un po' a malincuore, si avvia verso casa.

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